Spunti e riflessioni

“Alimentare in pace mi piace”
4a edizione del concorso artistico “di.segno in.forma” dedicato a bambini e ragazzi tra 5 e 17 anni

È domenica pomeriggio, fuori piove e ti sei appena alzato da tavola, avete pranzato in molti, tutta la famiglia riunita, molte risate e il nonno che racconta di quando da giovane correva in bicicletta. Senti ancora la mamma spostare le sedie in cucina e aprire il cassetto dove tiene le tovaglie più colorate. Oppure è estate, sei in giardino sotto la pergola, sul tavolo davanti a te ci sono ancora le briciole del panino, perché oggi avete deciso di fare un pranzo alternativo, all’americana mangiando un hamburger, come fosse una sorta di gioco estivo, ridendo come matti nel vedere il pomodoro scappare dal pane. O siete appena tornati da scuola, avete mangiato dai nonni perché mamma e papà sono a lavoro, oggi lasagne e un boccone di quella crostata di mele che vi piace tanto; avete raccontato di quell’insegnante che vi porterà in gita e del vostro compagno di classe a cui è caduto il libro in una pozza. Storie, ricordi e fantasie, sono questi a riempire i minuti dello stare a tavola.

In un momento storico in cui si tende a perdere la forza della comunità, ZonaFranca ripropone il concorso artistico “di.segno in.forma” con l’intento di sottolineare l’importanza del momento di unione per eccellenza, tipicamente umano, che è quello legato al convivio. Da sempre la comunità si è stretta attorno ad un tavolo, nel mangiare insieme agli altri, condivisione naturale presente sin dai primi attimi della vita, un assumere cibo che non è solo l’esigenza fisica per la sopravvivenza, ma anche e soprattutto momento di condivisione. Stare a tavola con gli altri diventa un piacere, un attimo di confronto, di dialogo, nell’assaporare gusti ed alimenti che ci legano alle più antiche tradizioni familiari. Il sedersi attorno ad un tavolo è, certamente, prima di tutto una necessità corporale, ma vi è anche, e soprattutto, il fattore dell’incontro, del confronto con l’altro, per conoscere e condividere la giornata. Ci incontriamo per confrontarci, quindi, e non solo per mangiare, alla sera con le persone a noi care dopo una lunga giornata; organizziamo ritrovi con amici per il semplice piacere della compagnia altrui, festeggiamo traguardi davanti ad un piatto, suggelliamo intenzioni, celebriamo eventi. La psicoterapeuta Simona Felici racconta di come «la convivialità esalti la percezione del piacere connessa al cibo, come momento di intimità con l’altro ma anche con sé stessi»: un momento fondamentale di ascolto reciproco. E, a ben vedere, è spesso seduti ad un tavolo che si prendono le decisioni più importanti.

Le parti messe in moto sono molte. Si parte dalla bocca, luogo di contatto di diverse sensazioni, in cui si incontrano nuove storie e se ne rivivono di antiche, come i dolci fatti dalla nonna o il ritrovare qualcosa di piccante. E dalla bocca si va alla corporalità tutta, sensazioni fisiche che sanciscono in maniera inequivocabile il nostro stare a tavola: quanti pranzi con i parenti ricordate con la pancia piena e la testa che, lenta, cade sul petto? E quante cene amorose vi tornano alla memoria con il tremore alle ginocchia e le mani un po’ sudate? Alla fine, mangiare assieme è una delle cose più intime che si possano fare, perché questa azione così naturale porta con sé la nostra vera indole e la svela nei semplici gesti dell’afferrare una forchetta o del servire dell’acqua a chi ci sta attorno. Ha ragione R.Welsh quando in “The indipendence of foodways and architecture” dice che «il cibo ha ben poco a che fare con il nutrimento». Jean Claude Izzo, nel suo “Aglio, menta e basilico” racconta: «mangiare ti riporta al tuo paese. Mettersi a tavola, in casa come al ristorante, in famiglia, tra amici, vuol dire far rivivere la memoria, i ricordi»; e ancora: «cucinare, mangiare vuol dire questo: accogliere. Gli amori, gli amici, i figli. I piatti nascono in amicizia, nel piacere di stare insieme, tra risate e parole senza freno. E la casa si scopre piena di profumi intensi». Ricordi di momenti di convivialità, legati ai gusti di ciò che si è mangiato: ecco che il cibo diviene risorsa di memoria, scintilla nel recuperare il gusto, i sapori atavici. E poi, ancora, i ricordi legati al fare e all’andare, i viaggi verso le persone care, il percorso come antipasto del convivio stesso, e così anche l’andarsene da un luogo dove si è mangiato, lasciandosi alle spalle il marasma di emozioni che ogni incontro dà. E ancora i profumi delle cucine, il rumore delle pentole, le zie e le nonne che chiacchierano ad alta voce, il ritrovarsi per le feste, il tessere una tela i cui fili sembravano spezzati.

Ed è un memo che vogliamo lasciarvi, questo, del ricordare. Ricordatevi di ricordare, sollecitando i buoni ricordi. Spesso si dice anche “nutrire la creatività”, e così anche noi, come in una “Grammatica della fantasia” parliamo di cibo per nutrire la mente e il cuore.

testo a cura di Chiara Moro | correttore bozze Alessandro Di Lorenzo